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Vita nova. L’esperienza di Claudio Bottan in carcere

di Lidia Borghi

Chi era Claudio Bottan, prima di finire dietro le sbarre?

Ho fatto sempre l’imprenditore in settori vari, soprattutto nella pubblicità. Sono stato l’editore di una importante rivista di economia e finanza. Ho lavorato molto all’estero, in Spagna, Lussemburgo e Germania, sempre nel settore del marketing e della comunicazione. Ormai riesco ad essere molto cinico ed obiettivo su ciò che sono stato: un imprenditore che, a un certo punto, si è fatto prendere dal delirio di onnipotenza, quando poteva avere tutto e di più. C’è stato un momento in cui avevo più di mille dipendenti. Ho commesso un sacco di errori che, in seguito, mi hanno portato in carcere. Ho penalizzato gli affetti poiché ero legato solo ed esclusivamente alla sete di potere e di controllo delle situazioni. Ero un accentratore dotato di un egoismo fuori misura.



Perché hai scelto di affidare la tua storia a un libro?

Scrivo da sempre. In carcere molti si aggrappano alla ginnastica, all’attività fisica, altri ai giochi con le carte o alla cucina, altri diventano maniaci di pulizie e igiene. Io ho riversato praticamente tutto sulla scrittura: quintali di blocchi di fogli che, alla fine, avevo cominciato a rimettere in ordine. Così, una volta fuori, ho ripreso in mano gli appunti che sono diventati “Pane & Malavita”, uscito per i tipi di Umberto Soletti Editore, da qualche mese nelle librerie. Si è trattato soprattutto del bisogno di tirare fuori il dolore per raccontare il carcere che meno si conosce, con tutte le contraddizioni che si nascondono oltre le mura, ma è anche un modo per sentirmi utile: ho scelto infatti di destinare il ricavato della vendita dei libri ad iniziative solidali che non hanno nulla a che fare con il carcere, proprio per dare un messaggio, un segnale di giustizia riparativa. Non ho altro modo per risarcire la collettività, se non quello di dare per ciò che so fare: non so spaccare le pietre, non so pitturare le scuole, ma riesco a scrivere, quindi metto a disposizione ciò che so fare. Perla stessa ragione ho iniziato a incontrare centinaia di studenti di scuole superiori e università, cui ho raccontato la mia esperienza; mi sono confrontato senza barriere, per offrire argomenti di discussione sul tema del carcere e delle pene.


Prima ancora che tu terminassi di scontare la tua pena, sei diventato capo redattore della rivista VoceLibera, dell’amico Federico Corona; ti va di parlarne alle persone abbonate a Tempi di fraternità?

Ho trascorso una detenzione piuttosto conflittuale con il sistema, soprattutto nel primo periodo, perché non accettavo la perdita della dignità personale che il carcere impone. Ciò ha comportato per me lunghi periodi di isolamento e vari trasferimenti. Fino a quando non sono riuscito a tornare a Busto Arsizio, il carcere in cui era iniziato il mio tour delle prigioni. Lì ho avuto la fortuna di finire in redazione, la stessa in cui era già transitato Fabrizio Corona che, durante il suo mese di permanenza prima di essere trasferito ad Opera, aveva dato il via all’iniziativa di VoceLibera.Inizialmente era solo una pagina Facebook. Nel corso dei mesi invece, con Federico Corona, che mi è sempre stato vicino, l’abbiamo fatta diventare dapprima un blog e poi, in controtendenza rispetto al settore dell’editoria, un mensile cartaceo. Pertanto posso dire che il giornale è stato il veicolo che mi ha permesso di incanalare le energie, facendomi sentire vivo. Sono rimasto cinque anni e mezzo in carcere e ho fatto il giro di sei istituti.


Da luglio del 2016 sei in affidamento in prova sul territorio. In che cosa consiste?

L’affidamento in prova è una delle misure alternative al carcere, in sostanza si sconta la pena o il residuo di pena rispettando le prescrizioni e confrontandosi con gli assistenti sociali preposti. Inizialmente il mio affidamento ha riguardato il lavoro alla redazione esterna di VoceLibera,poi ho avuto l’opportunità di cambiare e ora collaboro con alcuni periodici, come un qualsiasi giornalista. Ho il limite territoriale della Lombardia e l’orario: esco di casa non prima delle sei di mattina e rientro non dopo le 23, però, se ho esigenze particolari per lavoro, studio o affetti e ho bisogno di andar fuori, basta che io avverta chi di dovere. Ancora qualche mese e poi ho finito.


Articolo 21. Che cos’è e perché ti riguarda?

Èuna misura che ho ottenuto nel marzo dello scorso anno: uscivo dal carcere la mattina, andavo a lavorare nella redazione esterna di VoceLiberae rientravo la sera. Un assaggio di libertà in attesa dell’affidamento. Rientravo in carcere ogni sera e non ho mai avuto la tentazione di cambiare strada. Èstrano questo meccanismo mentale: mentre si è chiusi in cella, si fantastica sulla possibilità della fuga mentre, alla prova dei fatti, io personalmente rientravo sempre con mezz’ora di anticipo per paura di ritardare.


A novembre dello scorso anno, in occasione del giubileo delle persone carcerate, insieme a tante altre persone sei stato accolto da Jorge Bergoglio in Vaticano. So che gli hai lasciato una copia cartacea di VoceLibera. Poi che cosa è successo?

Ho vissuto un’esperienza unica: durante la celebrazione del Giubileo dei carcerati a Roma con un gruppo di detenuti abbiamo avuto la possibilità di essere accanto a Papa Francesco nella sagrestia di San Pietro. Quando Bergoglio è entrato, ci ha abbracciati uno a uno e ha parlato con tutti noi; è stato un momento dirompente e sto ancora facendo i conti con la forte carica di emozione che mi ha donato questa vicenda anche perché, quando siamo partiti da Busto Arsizio, non sapevamo di essere stati scelti per questo compito tra gli oltre mille detenuti presenti. Don Silvano, il cappellano del carcere, ci ha fatto uno scherzo non da poco, perché ci aveva detto che saremmo stati molto vicini al Papa, ma noi non immaginavamo così tanto. Ci siamo resi conto di quello che stava accadendo solo quando ci hanno portati in sagrestia per vestirci insieme a cinquanta sacerdoti. Quando il cardinal Guido Marini ci ha annunciato che prima della Messa il Papa avrebbe parlato con noi, in me è scattato il panico e ho avuto tremore. Così mi sono messo a scrivere una lettera da consegnargli in cui chiedevo di pregare per tutti noi, per le nostre famiglie e per gli operatori ma, quando il Santo Padre è entrato, con un sorriso ha sciolto tutta la tensione e poi ha salutato ognuno di noi, intrattenendosi in modo tutt’altro che formale. Un’emozione forte: il suo abbraccio mi è rimasto dentro con il suo calore e il suo sorriso. Ha voluto sapere di VoceLiberadi cui gli ho consegnato delle copie e mi ha invitato a pregare per lui, cosa che mi ha toccato moltissimo. Dopo averci salutati, è stata la volta della sua vestizione e ognuno di noi ha avuto il compito di porgere a Francesco parte dei paramenti necessari; quindi è iniziata la celebrazione e, sinceramente, ancora non riesco a credere che, da chierichetto, ho lavato le mani al Santo Padre.


Il tuo rapporto con la fede?

Avrei potuto dire di no all’invito di don Silvano di incontrare Papa Francesco, poiché non avevo più niente da dimostrare né il bisogno di recitare la parte del riabilitato, ma ho vissuto quell’esperienza come la chiusura di un percorso iniziato in carcere e che sentivo come momento importante. Quel percorso era iniziato quando don Silvano Brambilla aveva chiesto agli agenti penitenziari di aprire la porta della mia cella nella sezione isolamento: voleva abbracciarmi, perché aveva visto la condizione di disperazione in cui mi trovavo. Ecco, attraverso quella porta aperta è passato qualcosa che sto ancora metabolizzando. In carcere la fede è sublimazione, bisogno, sopravvivenza. Ora che sono fuori, devo ritrovarmi e ascoltare quello che sento.


Che cos’è per te la solidarietà?

Ho avuto modo di toccare con mano il significato della parola solidarietà: si tratta dello spirito che muove ogni mattina un esercito di persone volontarie, che entrano nelle carceri italiane a portare il conforto di una parola o un paio di mutande. Non vedo solidarietà, invece, in quella forma di cameratismoche aiuta i detenuti a sopravvivere alle convivenze forzate in cella.


Chi è Claudio Bottan oggi?

Il carcere mi ha insegnato a fare i conti con me stesso, con le mie debolezze, a scoprirle e a fare i conti con le mie paure, che ho capito essere tante; inoltre ha fatto vacillare tutte le certezze e sicurezze che pensavo di avere. Se devo dire chi sono oggi, di certo c’è che non mi interessa assolutamente nulla delle cose materiali: mi interessano le relazioni umane e la qualità dei rapporti. In passato ho avuto in garage almeno quattro auto, per poter scegliere ogni mattina con quale uscire. Oggi la mia felicità è rappresentata da una vecchia bicicletta. Ho scelto la qualità della vita e, oggi, la gestione del mio tempo è il mio patrimonio più importante per ricostruire relazioni, rapporti e rimediare agli errori fatti nel passato. Se devo dire una robaforte, della quale non mi vergogno, posso affermare: “per fortuna è arrivato il carcere”, altrimenti non so che cosa di peggio avrebbe potuto capitarmi, se non il carcere. Si tratta di un’esperienza sicuramente dolorosa, forte, ma è una fortuna è sia arrivata, perché mi è servita e mi permette, oggi, di guardare avanti con uno sguardo diverso.

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