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V per violetta – Di Parma, del suo fiore simbolo e del concetto di resilienza

Parma è una città della provincia emiliana ricca di storia, di monumenti e di opere d’arte che ne fanno un gioiello unico nel suo genere; insignita della medaglia d’oro al Valor Militare, nel 1947, per la massiccia attività partigiana svolta alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la cittadina si estende lungo la via Emilia ed è sede di un istituto universitario fin dall’undicesimo secolo.

Forse poche persone sanno, inoltre, che il fiore simbolo del capoluogo è un tipo di viola, la “violetta” appunto, che cresce spontanea solo nelle zone boschive circostanti; inoltre, per volere del Congresso di Vienna, dal 1814 al 1847 Parma, insieme a Piacenza e Guastalla, venne governata dalla duchessa Maria Luigia d’Austria, la consorte di Napoleone Bonaparte. La “buona duchessa” o “Gigiassa” – come ancora oggi viene chiamata in modo affettuoso la donna d’oltralpe – amava in modo particolare quel fiore all’apparenza tanto esile, dal quale si estrae l’essenza omonima per produrre un ottimo profumo, mentre i suoi piccoli petali vengono glassati con lo zucchero, per dar forma a delle gustose, piccole caramelle.

Narra la leggenda – ma vi posso assicurare che tale non è – che la violetta di Parma, se calpestata, dopo qualche attimo di stropicciamento intenso trova la forza di ritornare alla sua forma originaria, il che ne fa un fiore incomparabile e prezioso e non solo per la bellezza e per il colore, che richiama alla mente la spiritualità ma, soprattutto, per la sua attitudine alla resilienza.

Che cos’è la resilienza? Il termine nacque per indicare, in metallurgia, la capacità di un materiale di resistere agli urti senza rompersi; ben presto, però, fu la psicologia ad impadronirsi del concetto legato a quella parola, che divenne un’efficace metafora per indicare l’attitudine che alcune persone riescono a tirar fuori – in alcuni momenti difficili della propria vita – a continuare ad andare avanti senza arrendersi, malgrado la propria vulnerabilità sembri soverchiarle.

Tutte le minoranze umane hanno una certa dimestichezza con questo moto di reazione a tutti quegli attacchi, operati dalla società cosiddetta civile, che tendono a frenare il loro naturale impulso a liberarsi dello stato di costrizione in cui vivono; magari non lo chiameranno “resilienza”, ma sanno bene quanto bruci la costante volontà di calpestare la dignità umana di individui che debbono convivere con il loro status di gruppi allogeni oppressi.

Il caso delle lesbiche e dei gay, in tutto il mondo ed anche nel nostro Paese, è quello più eclatante: da quando le dirette ed i diretti interessati hanno cominciato ad alzare la testa, per esigere pari diritti e doveri civili ovvero la stessa dignità sociale di cui gode la parte eterosessuale – complice il tam tam positivo dei social network – le stesse Istituzioni nazionali non hanno più potuto passare sotto silenzio le sacrosante istanze di persone che sentono se stesse e le proprie creature deprivate di tutela giuridica; per usare una metafora alquanto forte, è come se quella parte di popolazione attiva, che paga le tasse e che conduce un’esistenza del tutto identica a quella di milioni di altri esseri umani nel mondo, fosse costretta ad uscire di casa nuda dalla testa ai piedi e, perciò, additata da chiunque, sulla bocca di tutte e di tutti, come un vergognoso spettacolo che nessuno dovrebbe essere costretto ad avere sotto gli occhi, men che meno i bambini e le bambine.

Ora vi chiedo di fare un esperimento: domandate a quegli individui che cosa si provi a sentirsi nudi, in balìa di eventi decisi da altri contro di loro; poi chiedete un consulto a qualche psicoterapeuta, al fine di sapere quali ripercussioni, a livello mentale, ci possano essere, a vivere ogni giorno soggetti al pubblico ludibrio: se la persona che avete davanti è dotata di onestà intellettuale e non si è fatta travolgere dall’omonegatività od omofobia che dir si voglia, vi risponderà che esiste una condizione, cui le persone gay e lesbiche sono – loro malgrado – soggette, che va sotto il nome di “minority stress”, un tipo di ansia sociale i cui effetti sulla psiche sono stati analizzati da psichiatre e psichiatri di fama mondiale, non ultimo il professor Vittorio Lingiardi, che ne parla nel libro Citizen gay. Affetti e diritti (Il Saggiatore tascabili, 2012); ebbene, una delle conclusioni cui è giunto lo studioso italiano è che quel tipo di stress è in grado di minare spesso in modo irreversibile le menti ed i corpi delle persone che ne vanno soggette, in quanto non ha soluzione di continuità, visti i duri attacchi che, quasi ogni giorno, lo Stato italiano da una parte e la Chiesa Cattolica dall’altra, lanciano contro una minoranza che, il più delle volte, deve vedersela con l’omofobia persino entro le mura domestiche.

Un esempio su tutti – recentissimo – chiarirà, mi auguro, la situazione di grave disagio cui sono costrette/i le lesbiche ed i gay nel nostro Paese, da una società omofoba, per nulla inclusiva ed in forte, decennale ritardo – rispetto al resto dell’Unione Europea – in merito all’attività legislativa volta all’abbattimento delle barriere discriminatorie: il 13 novembre 2014 i principali quotidiani italiani hanno battuto la notizia secondo cui la Diocesi Ambrosiana ha inoltrato regolare richiesta scritta alle ed agli oltre seimila docenti di religione cattolica che ricadono sotto la sua gestione, al fine di sapere in quali istituti scolastici siano presenti colleghe e colleghi che parlano in aula di tematiche legate “all’omosessualità e all’identità di genere”; “un’indagine informale”, si è affrettata a sottolineare la Curia lombarda, subito dopo che la notizia è divenuta di pubblico dominio – una pura formalità, verrebbe da dire – se non fosse che azioni come quella promossa dalla diocesi più grande d’Italia puzzano in modo inequivocabile di bruciato, prova ne sia il fatto che alcune/i docenti di religione cattolica coinvolti nella faccenda hanno pensato bene di informarne il quotidiano La Repubblica.

Uno stralcio di detta istanza potrà forse chiarire un poco le idee: “Cari colleghi, come sapete in tempi recenti gli alunni di alcune scuole italiane sono stati destinatari di una vasta campagna tesa a delegittimare la differenza sessuale affermando un’idea di libertà che abilita a scegliere indifferentemente il proprio genere e il proprio orientamento sessuale. Per valutare in modo più preciso la situazione e l’effettiva diffusione dell’ideologia del ‘gender’ vorremmo avere una percezione più precisa del numero delle scuole coinvolte, sia di quelle in cui sono state effettivamente attuate iniziative in questo senso, sia di quelle in cui sono state solo proposte. (…) Per questo chiederemmo a tutti i docenti nelle cui scuole si è discusso di progetti di questo argomento di riportarne il nome nella seguente tabella, se possibile entro la fine della settimana.”

Come a dire: “Care e cari docenti, la Curia milanese vi chiede, attraverso questa lettera – firmata da don Rota, responsabile del servizio per l’insegnamento della religione cattolica – di fare le spie. Sappiatevi regolare.”

Solo ventiquattro ore dopo, il periodico Famiglia Cristiana ha pubblicato un decalogo, approntato dal Forum della Associazioni Familiari dell’Umbria, che intende proteggere la “libertà d’educazione – così si legge sul sito del settimanale cattolico – con alcune proposte concrete su cosa fare per evitare lezioni di gender in classe per i propri figli”.

L’articolo, intitolato “Gender a scuola, un decalogo per difendersi” (sic!) sottolinea, fra le tante altre cose, che il cosiddetto indottrinamento del gender lederebbe il valore della persona umana, nella fattispecie quella delle creature messe al mondo dalle e dagli esponenti dell’unica famiglia possibile e legittimata ad esistere, in Italia ovvero quella formata da una donna ed un uomo (il capo della Chiesa Cattolica, non più tardi di otto giorni fa, ha ribadito che le creature “hanno diritto a un padre e una madre”, come è possibile leggere QUI). Al punto n° 12 il decalogo così recita: “Custodite i vostri figli, alleatevi con loro, fornite loro fin da ora un adeguato supporto formativo e scientifico in base alla loro età così da proteggerli e prepararli a fronteggiare la teoria del gender. Spiegate loro il perché di ogni vostra azione, coinvolgendoli nelle scelte della famiglia. Fate in modo che non si sentano mai soli in ogni vostra iniziativa, ma coinvolgete anche altri genitori e conseguentemente anche altri loro compagni di classe. L’unione fa la forza. Anche in questo caso.”

Inevitabile la conseguente reazione da parte delle persone davvero civili presenti nel nostro Paese. Se da un lato, infatti, il noto giornalista dell’Internazionale, Claudio Rossi Marcelli, lo stesso giorno ha confezionato un articolo alquanto esilarante, pur di sminare l’odio omofobico di cui sono intrise azioni del genere (il suo pezzo è consultabile QUI), dall’altro un cattolico progressista come l’antropologo Cristiano Lanzano non ha tardato a far conoscere il suo sentimento di indignazione, con una lettera aperta a Famiglia Cristiana (che è possibile leggere per intero QUI), in cui ha espresso molta sorpresa, rimarcando il fatto che quella del “gender” non è certo un’ideologia, ma un termine indicante come l’anatomia da sola non sia sufficiente a dare un’idea precisa di che cosa significhi essere maschi o femmine; inoltre: “Usare il concetto di ‘genere’ non significa affatto pensare che le persone possano scegliere la propria identità o il proprio orientamento sessuale (che è ancora un altro discorso) a tavolino, in base a un capriccio del momento, e cambiarli come ci si cambia di vestito. Neppure un lettore molto superficiale di alcune versioni particolarmente radicali del post-strutturalismo e della ‘queer theory’ sosterrebbe qualcosa del genere. Significa però riconoscere che ci sono modi diversi di essere maschi e femmine, che questi modi sono sempre influenzati dalla società e mai completamente ‘naturali’ e soprattutto che non sono mai politicamente neutri: in molte situazioni un genere domina sull’altro, o alcuni modi di vivere l’identità di genere risultano vincenti e ne emarginano degli altri.”

In conclusione, alla luce di quanto affermato all’inizio di questo articolo, va da sé come prese di posizione del genere di certo non giovino alla salute mentale e fisica delle lesbiche e dei gay: quel sottile e perdurante stato di ansia – complice una società chiusa ed arretrata, la cui struttura somiglia più a quella di una repubblica religiosa fondamentalista – prima o poi farà sì che il corpo si ammali, pertanto le persone omosessuali, nel nostro Paese, hanno una responsabilità in più verso se stesse ovvero quella di avviare, qualora non lo abbiano ancora fatto, quel salvifico e liberante processo di guarigione mentale, ancor prima che fisica, che solo un buon ciclo di sedute di psicoterapia, a contatto con operatrici ed operatori responsabili, che si siano liberati delle spinte omofobiche in cui vivono immersi, può contribuire a spazzare via.

Per uscire allo scoperto ci vuole tanto coraggio, quello stesso coraggio che, insieme al rispetto per le differenze, le persone responsabili ed autentiche esigono per se stesse e per chi è altra/o da sé; una volta compiuto questo primo, difficilissimo passo, occorre sanare ciò che la società considera rotto, sporco, innaturale, invertito, “intrinsecamente disordinato”. Ecco, quel coraggio è uno stato dell’essere che gli individui omosessuali conoscono bene, sia che lo abbiano trovato dentro di sé sia che permangano in uno stato di ibernazione mentale, rósi dai sensi di colpa. In tutti i casi, sarà la resilienza, così ben rappresentata dalla violetta di Parma, a far sì che essi si possano rialzare, lasciando per strada la vulnerabilità che mina alla base le loro relazioni umane.



Sarò come la viola che
malgrado venga calpestata
trova la forza di rialzarsi
e di ritornare alla sua forma originaria
in barba a chi ha usato il suo pesante stivale
per schiacciarla

Lidia Borghi

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