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Un corto di anime alla deriva

Il film documentario La bocca del lupo (Italia, 2009, 76′), del regista e sceneggiatore Pietro Marcello, è un corto dalle tante particolarità. È stato girato in 4:3, il formato televisivo che venne adottato per le pellicole cinematografiche subito dopo l’abbandono del film muto, negli anni ’20 del Novecento, inoltre, l’autore ha fatto spesso ricorso alla tecnica della ripresa fissa, al fine di dare maggiore resa drammatica alle espressioni dei volti dei due protagonisti. Sullo sfondo, tra immagini di repertorio e luoghi contemporanei, una Genova cupa, buia – a causa delle frequenti riprese notturne – e sporca, quella dei vicoli e del porto.

L’opera, prodotta a basso costo, stata commissionata al regista casertano dalla fondazione gesuita San Marcellino di Genova, nata nel secondo dopoguerra per fornire un riparo ed un pasto caldo alle migliaia di persone sfollate che, a causa dei pesanti bombardamenti che il capoluogo ligure aveva subìto da parte dell’aviazione britannica, non avevano più un tetto sotto il quale vivere. Da quel lontano 1945, la fondazione si prende cura di coloro che vivono allo sbando – per i motivi più disparati – e che la società cosiddetta civile da sempre ha relegato nella zona più remota delle grandi città ricche, quella dei senza patria e dei senza dimora, i reietti, i delinquenti, le persone che hanno conti in sospeso con la legge. Quella stessa legge che il protagonista maschile del cortometraggio, Enzo Motta, ha violato ben più delle due volte che lo hanno condotto in carcere, a causa di due sparatorie contro alcuni poliziotti. Da una di quelle, nei torbidi anni ’70, uscì vittima un tutore dell’ordine.

Ventisette anni. Tanti ne ha passati in galera Enzo, figlio di un oriundo catanese che a Genova, negli anni Cinquanta, era salito – come si soleva dire allora – da immigrato, in cerca di fortuna. La sua fortuna si chiamava droga, il cui traffico era celato dietro al contrabbando di sigarette ed alla vendita, da ambulante, di accendini ed altri accessori, all’incrocio di via di Pre con piazza Sant’Elena, nel cuore malavitoso del Centro storico genovese.

L’altro pezzo di umanità allo sbando della storia di Pietro Marcello è Mary Monaco, una dolcissima trans originaria della Roma bene che, nella vita, molto presto aveva assaggiato la droga, assunta di continuo, per anni, giorno dopo giorno. Mary conobbe Enzo in carcere. Lei stava terminando di scontare la sua pena, lui c’era dentro fino al collo. Lei era fatta oggetto di violenze, anche verbali da parte di molti detenuti, all’interno della sezione del carcere riservata alle persone transessuali. Lui ne divenne il difensore, il cavalier servente. Lei se ne innamorò. Lui ricambiò il sentimento che, giorno dopo giorno, nell’ambiente malsano dell’istituto di pena, dietro le gelide sbarre di celle puzzolenti, divenne incrollabile. Lei venne rilasciata pochi anni dopo. Lui le giurò, insieme all’amore eterno, che l’avrebbe raggiunta a qualunque costo. Lei gli assicurò che lo avrebbe atteso a qualunque costo e, per rinfocolare un sentimento che mai sarebbe venuto meno, gli incise, su decine e decine di metri di nastro magnetico, le frasi più belle ed intrise d’amore che la devozione per quel galeotto le ispirava, giorno dopo giorno. Quelle stesse frasi rappresentano una certa parte del sonoro del film, sincronizzato ad immagini la cui fotografia è impeccabile, bellissima, ad immortalare una Genova spesso lugubre, fatta di vicoli maleodoranti, sporchi e stretti, proprio quelli che il giovanissimo Enzo aveva calcato, decine di volte al giorno, quando il padre lo mandava a fare le consegne dello spaccio, da buona staffetta della malavita. Così, durante uno dei tanti pericolosi viaggi di adolescente, Enzo si scontrò con le forze dell’ordine e, con la sua pistola d’ordinanza, ferì il suo primo poliziotto. Prima esperienza con la galera. Dieci anni, con le attenuanti dovute alla minore età.

Quando stese a morte il secondo militare, la pena comminatagli fu molto più aspra: diciassette anni. E tre pallottole, tuttora conficcate nelle fragili gambe, che ne rendono instabile il camminare, sullo sconnesso basolato dei carruggi di Genova. Quando finì di pagare il suo conto con la giustizia, Enzo Motta, detto il baffo, raggiunse la sua amata Mary e si fece aiutare dalla fondazione San Marcellino, al fine di dare una parvenza di dignità a due vite spezzate per sempre.

Il sogno di Mary ed Enzo era quello di prendere in affitto una piccola casa di campagna, per viverci insieme, al riparo dalle brutture di un’esistenza che mai avrebbe girato per il verso giusto. Ci riuscirono.

Il loro sogno d’amore si è spezzato nel 2010 quando Mary, il cui fisico era da tempo minato dagli effetti collaterali della droga assunta in gioventù, ha chiuso per sempre gli occhi sulla città che l’ha vista felice accanto al suo Enzo per troppo poco tempo. La vita è ora. La vita è un dono. Va vissuta qui ed ora.

L’indiscusso pregio stilistico di quest’opera ha attirato numerosi premi, oltre alla vittoria al Torino film festival del 2009: il premio Fipresci (Fédération Internationale de la Presse Cinématographique) all’interno dello stesso concorso, il premio Vittorio De Seta al regista, quello denominato Caligari e l’altro, il Teddy Award, nientemeno che al Festival internazionale del cinema di Berlino e, per finire, il David di Donatello 2010, oltre al Nastro d’argento, sempre lo stesso anno, per il miglior documentario.

La bocca del lupo è la storia, senza vincitori e vinti, di un’attesa amorosa che si consuma nelle zone apart – a pezzi – di una città, Genova, che la macchina da presa del documentarista Marcello ci ha restituito nella pienezza del suo fascino antico, quello che è possibile cominciare a percepire solo nell’attimo in cui si mette piede nel suo cuore pulsante, quel Centro storico tanto discusso e temuto – ma solo da chi non lo conosce nella sua essenza – a causa dell’umanità dolente che vi risiede, le cui vicende estreme si mescolano, ogni giorno, con quelle di tante altre persone che hanno scelto di vivere a stretto contatto con la storia stratificata di un pezzo di Liguria unico al mondo, nel quale i ruderi romani antichi si mescolano a quelli medievali e moderni, all’interno di palazzi monumentali divenuti, nel frattempo, condomìni.

Questo corto è stato definito altro cinema, dal produttore Dario Zonta, proprio per l’innovazione che le sue scene hanno portato al cinema di documenti, quello che si colloca «tra il reportage e il melodramma», come recita una parte della motivazione del premio Fipresci che «contrappone immagini d’archivio a immagini girate oggi a Genova, tra storia pubblica e storia privata».

Mary Monaco, in memoriam

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