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Sale d’attesa: la storia di Aurora, primo caso in Italia di cambio di sesso senza intervento chirurgico (1)

di Lidia Borghi

Grazie a una sentenza senza precedenti, Aurora ha potuto cambiare il genere di appartenenza sul documento d’identità, senza sottoporsi all’adeguamento chirurgico dei caratteri sessuali primari.
«(…) Non si può prestare attenzione esclusivamente alla componente biologica, poiché l’apparenza fisica non può essere disgiunta dall’auto-percezione e dalla relazione che l’individuo sviluppa con la società e con le sue norme comportamentali concernenti la sfera della sessualità, sicché la soluzione interpretativa che ritiene l’intervento chirurgico come momento essenziale della modificazione dei caratteri sessuali è sotto molti aspetti riduttiva, non considerando gli aspetti psichici e comportamentali.
D’altronde, il legislatore specifica che “l’adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico” va effettuato “quando risulta necessario” e tale espressione può essere ritenuta come l’indice normativo della mera “eventualità” dell’intervento chirurgico, mentre nella visione tradizionale è stata interpretata nel senso “quando l’intervento non sia già stato effettuato”.
Infine, va osservato che l’utilizzazione del termine “adeguamento” sembra stare a significare che non occorre una modifica di tutti i caratteri sessuali, potendo ritenersi sufficiente una evoluzione incompleta o imperfetta dei caratteri e della stessa identità sessuale risultante dalla loro considerazione unitaria, purché venga realizzato un significativo avvicinamento dell’identità del richiedente a quella tipica del nuovo sesso. Al riguardo si è, d’altra parte, constatato come una totale coincidenza non sia spesso realizzabile ed è per tale motivo che la legge fa riferimento alla circostanza che i caratteri della persona devono presentare solo una certa corrispondenza con quelli propri dell’identità affermata.
(…) Il fenomeno del transessualismo nella società contemporanea è profondamente mutato (…); con l’ausilio delle terapie ormonali e della chirurgia estetica, la fissazione della propria identità di genere spesso prescinde temporaneamente o definitivamente dalla modificazione chirurgica dei caratteri sessuali primari e si è spesso utilizzato il termine “transgenderismo”, per distinguere tale fenomeno dal “transessualismo tradizionale”
». (Sentenza Tribunale di Messina n° 2649 4/11/2014).
 

Questi i passaggi più significativi della storica sentenza con la quale il Tribunale di Messina, prima sezione civile, presieduta dal giudice Corrado Bonanzinga, coadiuvato dal giudice Giuseppe Bonfiglio e dalla giudice Maria Luisa Tortorella, ha accolto l’istanza di Aurora di poter accedere al “Mutamento di sesso” – poi definito “rettifica” – rispetto all’atto di nascita depositato presso l’ufficio anagrafico della città siciliana; tale deliberazione, la prima in assoluto in Italia, stanti le suddette motivazioni, ha permesso alla giovane studente di modificare il genere e il prenome sul documento d’identità garantendosi, in tal modo, di «condurre un’esistenza serena e superare la propria sofferenza esistenziale».

A pagina sette del verdetto viene, inoltre, citato l’articolo 2 della Costituzione Repubblicana, che fa riferimento a quello che il giudice ha definito «patrimonio irretrattabile della persona umana», del tutto inscindibile «dall’espressione della dignità del soggetto e del suo diritto ad essere riconosciuto nell’ambito sociale di riferimento per quello che si è».

Come ha più volte sottolineato il padre della giovane messinese, a tratti con grande commozione: «Il giudice di Messina ha sancito una scelta (…). Non un impedimento, quello dell’operazione, ma una scelta (…) che spetta solo al soggetto richiedente. Un atto di grande civiltà. (…) Come genitori ci siamo accorti che il giudice era più avanti di noi».

Di questo verdetto senza precedenti ha già beneficiato, durante la scorsa primavera, una richiedente di Genova (http://www.gay.it/news/Genova–il-Tribunale-dice-si-al-cambio-di-sesso-senza-l-operazione) e tante persone in transizione di genere potranno d’ora in poi appoggiarsi ad esso.

Quando Aurora ha raccontato ai suoi genitori che cosa le stesse accadendo, per loro ha avuto inizio un periodo di grande crescita accanto alla figlia, per la quale non hanno mai provato sentimenti di odio o di rifiuto; dall’oggi al domani hanno preso a documentarsi e a studiare, per comprendere e per starle accanto.

«Mentre approfondivamo i casi noti, ci siamo resi conto che una persona transessuale può avere un orientamento sia etero sia omosessuale, come nel caso di nostra figlia, il che ci provocò non poco stupore, poiché non capivamo. (…) Mia moglie ed io (…) abbiamo dovuto partire da zero, andandoci a cercare tutto il materiale possibile che ci permettesse di capire che cosa stesse accadendo a nostra figlia. Non le dico quanti viaggi abbiamo dovuto fare per recarci nei centri più all’avanguardia che trattano il Dig (Disturbo dell’identità di genere, ndr) ormai da tanti anni».

Il padre della ragazza messinese incarna la figura di colui che lotta al fianco della figlia, non solo per amore, ma anche per motivi politici, nel senso letterale del termine, incapace com’è, ancora adesso, di comprendere come mai, a causa della totale disinformazione che regna nel nostro Paese a proposito della condizione transessuale, Aurora abbia dovuto trascorrere due anni senza capire che cosa stesse provando, in quanto la transessualità, pur essendo riconosciuta dalla Medicina da più di trent’anni, rappresenta ancora un tabù.
Non è riconosciuta e di rado a conoscerla sono la psicologia e la psichiatria; ciò comporta che a rimanere nell’ignoranza siano coloro che potrebbero trovarsi in questa situazione, familiari compresi.

«Perché un genitore deve avere questa disinformazione? Perché nessuno mi ha messo a disposizione notizie chiare in merito? Perché a scuola non vengono forniti opuscoli informativi? (La transessualità) è una condizione assai nascosta con un’ignoranza abissale, il che ha costretto Aurora a soffrire per almeno due anni, durante i quali ha avuto mille pensieri diversi e confusi: prima si credeva bisessuale, poi omosessuale. Io potrei fare causa allo Stato Italiano per aver fatto perdere a mia figlia tre/quattro anni di cure ormonali che avrebbero agito in modo ottimale, se intraprese prima della pubertà; in Paesi più evoluti del nostro, come per esempio la Svezia, in casi come questo l’evoluzione verso l’adolescenza viene subito bloccata con apposite terapie, che danno al soggetto interessato e ai medici che seguono i casi in esame di seguire l’evolversi del Dig. Se mia figlia avesse avuto questa consapevolezza, rafforzata da una corretta informazione fin dalla scuola primaria, avrebbe potuto accedere alle cure ormonali appropriate quattro anni prima, evitando un sacco di problemi psicofisici. Lo Stato deve adoperarsi per informare le famiglie, a partire dalle scuole di ogni ordine e grado, per continuare con gli ambulatori medici ed i consultori».

L’esperienza di Aurora ha cambiato davvero poco gli assetti familiari: l’amore è quello di sempre, ma a mutare – e non poco – è stata la percezione da parte dei genitori dell’altro da sé, rispetto alla condizione transessuale: ogni caso è unico, ha ricordato il padre della studente, e ciò è divenuto certezza durante i numerosi viaggi fatti in “Continente” con la figlia, per non parlare delle tante ore trascorse nelle sale d’attesa di ambulatori e consultori nei quali, ogni volta, i genitori si rivolgevano alle persone che aspettavano insieme a loro in cerca di risposte, pur di approfondire le proprie conoscenze a partire dal vissuto altrui: una proficua trasmissione di saperi che ha finito per fare la differenza, una crescita reciproca, collettiva, in cui ogni soggetto raccontava del percorso di transizione di figlie, figli, sorelle, fratelli, ecc.

«Ne facevamo (di viaggi, ndr) anche due in un mese, con tutti i disagi del caso, anche per noi, poiché al datore di lavoro non potevamo certo dire che ci assentavamo per assistere nostra figlia in transizione di genere; un conto è se tu chiedi un congedo parentale per un disabile, altrimenti vieni preso per matto, quando quel permesso non ti viene negato, in quanto la transessualità non rientra nei casi previsti dal Legislatore. E poi non parliamo dei costi: come lei sa, le città del Sud hanno poche o nulle strutture d’appoggio e consulenza, per accogliere e aiutare le persone trans e i loro parenti stretti, per cui spesso ci recavamo a Roma. Tutto ciò durò all’incirca un anno, dopo di che venimmo indirizzati ad un centro psichiatrico di Messina, nel quale ad Aurora venne diagnosticato il Dig. Da quel momento in poi ci fu chiaro il quadro generale di una condizione infìda, in quanto silente, che si presenta alla nascita e che non dà segnali se non intorno alla fine della pubertà».

Durante il colloquio telefonico il padre di Aurora ha dato vita ad uno sfogo che si è fatto alto grido di protesta civile, come quando mi ha confessato:

«Io mi sento un po’ abbandonato in tutta questa situazione (…); a cambiare dovrebbe essere la mentalità corrente, che ci propina di continuo solo modelli maschili e femminili rigidi; per esempio, ti pare il caso che io debba faticare per trovare delle calzature del numero 42 per mia figlia? E vogliamo parlare degli indumenti? Sarebbe bello abolire questi falsi modelli, che costringono le persone – e non mi riferisco solo a quelle transessuali – a seguire un genere al posto di un altro, solo perché la società vuole che così si faccia. Ma chi l’ha detto?».

Aurora cominciò ad avere il primo sentore del suo disagio intorno ai dodici/tredici anni, anche se lei stessa non saprebbe individuare un momento preciso della sua vita di bambino in cui, per la prima volta, si rese conto di essere nata femmina in corpo maschile. Fu allora che disse ai genitori di essere bisessuale, pur in mezzo a tutto quel marasma di sentimenti confusi e contrastanti.

«Neppure lei sapeva dare un nome a ciò che le stava accadendo. Noi genitori, prima di allora pensavamo, nella nostra ignoranza, che essere bisessuali equivalesse ad una sorta di devianza. In ogni caso partì da lei la richiesta di essere seguita da una psicologa, il che mi rende assai orgoglioso di Aurora, poiché lei ha sempre mostrato di avere una consapevolezza molto alta, in ogni fase del suo percorso».

Così per la giovane messinese ebbe inizio l’ardua scelta dello/la psicologo/a adatto/a a trattare il Dig con il giusto approccio clinico: era lei stessa a rendersi conto, spesso, di trovarsi di fronte a soggetti del tutto impreparati a gestire il suo disagio: «Ne cambiammo tre o quattro – ha ricordato il padre – soprattutto quando lei cominciò a verbalizzare la sua condizione di persona transessuale».

Continua…

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