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Quell’inutile mostro

Breve viaggio intorno alla legge contro l’omo/transfobia
Articolo pubblicato su Tempi di Fraternità di gennaio 2014
Il 19 settembre 2013 la Camera dei deputati ha approvato il testo delle proposte unificate di legge “Scalfarotto ed altri; Fiano ed altri; Brunetta ed altri recante disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia (C. 245-280-1071-A)“. Da quel giorno sono passati più di tre mesi, durante i quali invano si è attesa la discussione in Senato del medesimo dettato.

Chi ha seguito il travagliato iter parlamentare dell’insieme di norme volte a considerare come aggravanti le violenze di stampo omo/transfobico, ricorderà i ben 350 tra emendamenti e sub-emendamenti proposti dalle e dai vari parlamentari in nome, fra le altre cose, della libertà di parola. In sostanza, nelle intenzioni del relatore, Ivan Scalfarotto, c’era e permane la volontà di estendere gli esiti della Legge Reale-Mancino agli atti di violenza – verbale e fisica – perpetrati ai danni delle persone transessuali, lesbiche e gay.
Che cosa è accaduto, invece? Facciamo in breve il punto della situazione: la discussione dell’insieme di norme ha avuto inizio il 22 luglio 2013, dando modo alle principali testate nazionali, durante i due mesi successivi, di spargere fiumi d’inchiostro al fine di raccogliere i pareri di insigni esponenti della società civile italiana; così abbiamo assistito alle esternazioni di giuristi più o meno illustri, uomini e donne del Parlamento, vescovi, giornaliste e giornalisti secondo i quali una legge contro l’omo/transfobia nel nostro Paese sarebbe inutile e, anzi, incostituzionale. L’oggetto del contendere è, ma solo in parte, il seguente: un reato commesso nei riguardi di una persona transessuale, lesbica o gay non avrebbe caratteristiche differenti rispetto ad uno compiuto contro una eterosessuale, giacché ad essere sempre e comunque tutelata, in ogni caso, è l’integrità fisica del soggetto, a prescindere dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.
In realtà, quel che sembra sfuggire a coloro che si sono più volte espressi contro una legge che punisca come aggravanti gli atti violenti di matrice omo/trasfobica, è l’estrema pericolosità dei cosiddetti crimini d’odio o “Hate Crimes” che, in molte nazioni, prevedono una pena più alta (l’Albania – a maggioranza religiosa musulmana – il Belgio, la Spagna, la Germania, la Francia e, oltreoceano, gli Stati Uniti d’America).
Stando così le cose, la domanda che molte e molti si sono fatti, durante questi mesi è, semmai: Quale legge contro l’omofobia? Sì perché, la principale eccezione che è stata da più parti mossa al relatore Scalfarotto, riguarda il fatto che – a differenza di quanto già avviene in presenza di affermazioni razziste o contenenti odio religioso – in caso di dichiarazioni irriguardose e violente rivolte a persone transessuali oppure gay oppure lesbiche, verrebbe lesa la libertà di opinione di chi le ha fatte; come a dire che – siccome la mentalità della gente non può essere modificata dall’oggi al domani – anziché utilizzare gli strumenti di legge che già sono a disposizione così come quelli nuovi per cominciare a difendere le categorie oppresse dall’omo/transfobia, si preferisce lasciare le cose come stanno, garantendo a coloro che si ostinano ad insultare interi gruppi umani quell’impunità che l’estensione della legge Reale-Mancino ai reati di origine omo/transfobica intendeva combattere a livello penale.
Dei 350 fra emendamenti e sub-emendamenti proposti, uno su tutti ha sollevato le ire di quante e quanti attendono da decenni che il Parlamento italiano si pronunci in merito all’omo/transfobia, quello di Gregorio Gitti (scelta civica). Di seguito il testo:

Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente, ovvero assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione, ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni.

Le tante risposte a quell’elaborato non hanno tardato ad arrivare; il 22 ottobre 2013, dalle pagine elettroniche di articolo29.it, il giudice Marco Gattuso ha affermato:

Devo dire al riguardo che fa particolarmente impressione e (…) dà anche un certo fastidio, che da più parti si sia cominciato a parlare di tutela della libertà di opinione e di contrasto ai delitti di opinione soltanto ora, quando si parla di discorsi d’odio nei confronti degli omosessuali e dei transessuali. Abbiamo visto in queste settimane diversi politici e forze politiche, ed anche giuristi, che non si erano mai spesi particolarmente a tutela della libertà d’opinione, scoprire improvvisamente il valore e la bellezza della libertà d’opinione. (…) Diciamo che costoro sembrano avere avuto bisogno che vi fosse il pericolo che venissero incriminate le loro opinioni omofobe per rendersi conto della necessità di difendere sempre e comunque la libertà di manifestazione del pensiero.

Subito dopo l’approvazione del testo di legge da parte della Camera dei deputati molti sono stati i commenti negativi: chi ha parlato di licenziamento di un “monstrum”, chi di legge “salva partiti”, chi di sub-emendamento “salva vescovi”, con chiaro riferimento al pensiero di Gitti e c’è stato pure chi ha invocato le dimissioni del relatore Ivan Scalfarotto, il deputato del PD che, a detta di molte associazioni nazionali che lavorano in difesa delle persone LGBTQI, in quanto omosessuale dichiarato avrebbe tradito le persone transessuali, lesbiche e gay, svendendo il dettato originale di legge pur di vedere approvato uno straccio di provvedimento penale contro i reati omo/transfobici.
Al di là di tutti i solenni proclami diffusi ora da una parte ora dall’altra, quel che fa specie è la perdurante volontà, più volte espressa in questi anni da parte di molti personaggi pubblici di una certa rilevanza civile (sic), di dividere la società in cittadinanza attiva e gruppi umani serie B, innalzando un muro laddove andrebbe gettato un ponte di speranza verso un futuro di equità. Quel che è accaduto in Parlamento durante i mesi appena trascorsi, in merito all’annosa questione della legge contro l’omo/transfobia, ne è la prova lampante: coloro che hanno proposto quegli interminabili emendamenti – che avevano il solo ed unico scopo di svilire il messaggio chiave della legge in via di approvazione – non hanno fatto altro che mettere un asterisco pesante come un macigno accanto al dettato originale della proposta di Scalfarotto, tanto che le conseguenti frasi messe a pie’ di pagina, con quel corpo tipografico tanto insignificante quanto le sue dimensioni, recitano più o meno così: “care lesbiche e cari gay, care e cari transessuali, non illudetevi, tanto qui da noi nulla succederà mai in termini di tutela dei soggetti appartenenti alle fasce sociali più deboli, come quelle che hanno un diverso orientamento affettivo e sessuale o un’identità di genere non conforme al sesso di nascita; sì, le parole contenute in quel testo di legge sono nobili ed alte ma, proprio per questo, resteranno lettera morta, per cui mettetevi il cuore in pace: l’Italia non è un Paese civile”.
Ed ecco che l’ennesima frittata è fatta. Con le frattaglie delle coscienze di migliaia di persone che all’aggettivo “civile” credono davvero e lottano ogni giorno affinché la Nazione nella quale sono nate si ravveda e ponga sul serio la persona al centro di ogni suo discorso volto – non solo a parole – al bene comune.
Lidia Borghi

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