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Marito & Marito. La storia di Jack e Miguel

Intervista di Lidia Borghi a Gianluca Tornese, autore di Marito & Marito, Claudiana editrice, 2012
Link di pubblicazione

Gianluca Tornese è un medico pediatra oriundo delle Puglie che frequenta il gruppo triestino di omosessuali cristiani Progetto Ruah. Qualche anno fa buttò giù il primo abbozzo della storia che oggi è contenuta in Marito & Marito, uscito da qualche tempo grazie alla casa editrice Claudiana di Torino. Questa narrazione, fresca e a tratti intrisa di umorismo, ha avuto una genesi particolare, come ha spiegato nell’intervista che segue.

Gianluca, quello che è possibile leggere oggi per i tipi di Claudiana editrice è il tuo testo d’esordio, anche se non si tratta di una pubblicazione inedita. Puoi spiegare alle lettrici ed ai lettori del Progetto Gionata su fede ed omosessualità la genesi di questo tuo lavoro?

R.: Ho scritto le pagine di questo romanzo in un arco temporale di quasi 3 anni. Una volta terminato, mi ero limitato a farlo leggere agli amici, dai quali avevo riscontri molto positivi. Avevo provato a spedire il manoscritto a qualche casa editrice, senza però alcun tipo di risposta.
E così un giorno, ho tirato fuori dal cassetto il romanzo e ho deciso di auto-pubblicarlo con il sito ilmiolibro.it per dare una visibilità maggiore e per permettere anche a persone al di fuori della mia cerchia di poter leggere questa storia. Anche grazie alla presenza su Gionata devo dire che c’è stata una risposta che non mi sarei mai aspettato! Il libro è piaciuto e si è diffuso, tant’è che poi la Claudiana mi ha proposto di pubblicarlo in maniera più “tradizionale”.

Leggendo le oltre duecento pagine della tua storia è possibile fare la conoscenza di Giacomo – Jack per amiche ed amici – un ragazzo brindisino cresciuto a pane e cattolicesimo dalla grande vena umoristica. Possiamo dire che siamo di fronte al tuo alter ego?

R.: Certamente sì. Il romanzo non è autobiografico in senso stretto, ma ovviamente ho attinto a piene mani da quella che è stata la mia esperienza, così come mi sono ispirato ai racconti dei miei amici e delle persone che ho conosciuto in questi anni. A volte ho scritto quello che è successo, a volte quello che avrei voluto fosse successo… d’altronde è questo il bello di scrivere!

Il Giacomo della tua narrazione è un giovane intelligente, studioso e brillante, anche se si definisce non del tutto bello. È circondato da una famiglia numerosa che, a volte, sembra stargli un po’ stretta Ah, dimenticavo: è omosessuale. Fra le altre cose. Senza svelare troppo della tua storia, ti chiedo di dirmi: quanto l’orientamento affettivo e sessuale di Jack ha influito sui suoi rapporti con la madre, il padre, il fratello e la sorella?

R.: Non è una dimenticanza da poco! Il fatto è che essere gay o lesbiche non è una cosa fra le tante, fa parte di noi, di quella parte fondamentale che è la nostra capacità di amare. Va da sé che quando si tace un aspetto così importante della vita, i rapporti non possono che essere superficiali, e questo in una famiglia viene amplificato ancora di più. Di cosa parlare – se non del tempo e del cibo – quando non si può dire chi si ama davvero?

Una delle persone più importanti nella vita del protagonista di Marito & Marito – se si esclude la nonna Gina – è Alessandro, il migliore amico di Giacomo. Egli funge da mentore di questo giovane dalla vita tormentata (non certo per sua volontà). Ti va di descriverci questo ragazzo?

R.: Mi sono divertito particolarmente a pensare al profilo di questo personaggio. A differenza di Chiara (la migliore amica di Giacomo, che però è già aperta mentalmente a ricevere un coming out), Alessandro è l’emblema di chi razionalmente e culturalmente non riesce a comprendere una “cosa” del genere, perché è fuori dal suo mondo. Ma l’affetto e l’amicizia che lo legano a Giacomo, lo spingono a capire, a farsi domande, a cercare di stare vicino, anche se il percorso è lungo e per nulla facile.

E veniamo a Gina, la saggia nonna di Giacomo: a pagina 78 del libro affermi che il suo rapporto con il cattolicesimo è stato alquanto particolare…

R.: Sì, ho definito la sua fede “non superstiziosa, ma ragionata, vissuta, combattuta”, purtroppo non capita dalla parrocchia che l’aveva giudicata troppo ignorante per essere una catechista. Mentre scrivevo, mi tornava in mente il passo del vangelo di Matteo: “Ti ringrazio, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai grandi e ai sapienti e le hai fatte conoscere ai piccoli.” (11,25). A volte dovremmo imparare molto di più dalla gente con la fede semplice, piuttosto che dai grandi luminari di teologia. La fede è vita, non scienza.

...e com’è il tuo rapporto con il cattolicesimo? So che oggi fai parte di un gruppo di persone lesbiche e gay cristiane del nord Italia.

R.: Per molti anni è stato molto conflittuale. Pensavo che ci fosse un aut aut implicito e che si potesse essere o cristiani o gay. Il cammino è stato lungo e tortuoso, ma alla fine ho capito che non sono stato un errore di fabbricazione nel progetto di Dio. Ho imparato a ringraziare Dio per avermi fatto proprio così, anche se in questo mondo le cose non saranno mai semplici e immediate.
Ora faccio parte di un gruppo di gay e lesbiche cristiani a Trieste, dove vivo. Penso sempre che lo scopo ultimo dei nostri gruppi dovrebbe essere l’autodistruzione: cioè, non dovrebbe più esserci bisogno di queste modalità di incontro “separato”, ma vorrei essere libero di dare il mio contributo alla Chiesa tutta proprio in quanto (e non “nonostante”!) omosessuale.

E veniamo al tema più importante di tutto il testo, così come lo si desume dal suo titolo: il romanzo della tua vita altra è incentrato sul fatto che il protagonista riesce a sposare l’uomo che ama, Miguel, in Spagna. Quanto c’è in quell’importante atto di civiltà del tuo desiderio di sposarti?

R.: Davvero tanto! Sicuramente l’impressione che c’è del mondo gay è quella di un mondo fatto di incontri fugaci e concentrati sul solo piacere, ma c’è chi – meno appetibile da parte dei media – invece costruisce un progetto di vita comune, una famiglia. Purtroppo nel nostro Paese il matrimonio omosessuale sembra ancora un miraggio, ma quando appresi che in Spagna (nazione molto simile alla nostra) era diventata una realtà, cominciai a scrivere il primo capitolo, e cominciai a sognare.

Miguel è senz’ombra di dubbio un adone e ciò sembra averti aiutato, nel corso della narrazione, a sgretolare lo stereotipo del gay bello ed impossibile dedito a relazioni fugaci fatte di solo sesso sfrenato. Quanto c’è di vero in questa mia ipotesi?

R.: Sicuramente Miguel è alquanto atipico se giudicato con gli occhi di chi vede il mondo gay in questo modo semplicistico e sbrigativo. Potrebbe godersela e sfruttare la sua bellezza per poter avere tutti ai suoi piedi senza impegnarsi con niente. La mia storia è un po’ come una favola (il principe azzurro!), ma credo che non sia impossibile incontrare un ragazzo che punti su altri aspetti, piuttosto che sulla bellezza e sull’edonismo.

Diversi sono, inoltre, gli altri pregiudizi correnti nei confronti dei gay che, al dipanarsi della storia, hai teso a distruggere. Ti va di parlarne alle persone che frequentano il portale di Progetto Gionata?

R.: Ammetto di non aver fatto un lavoro sistematico nell’abbattere i pregiudizi a carico dei gay. Credo che sia stato spontaneo cercare di mettere in luce gli aspetti più “quotidiani” della vita di un gay (vorrei dire “normali”, ma non renderebbe bene il concetto!). Uno fra tutti, l’amicizia, vera, sincera e disinteressata.
A questo proposito ho inserito anche la figura di Stefano, l’amico gay più “radicale”, quello verso cui Giacomo dice di aver sperimentato la “tolleranza ad interim”. Spesso i gay e le lesbiche si lamentano della mancanza di “tolleranza” e accoglienza, e spesso purtroppo si dimenticano loro per primi di applicare questi concetti, in tutti gli ambiti.

Quanto la storia di Giacomo ha cambiato la vita di Gianluca, alla luce della sua attuale maturità di uomo, di medico e di gay, fra le altre cose?

R.: Quando ho scritto quelle pagine, ancora non avevo fatto coming out con la mia famiglia, non avevo ancora vissuto una “storia” degna di questo nome, vivevo ancora la mia omosessualità come qualcosa di cui vergognarmi. In questi anni credo di essere cresciuto, e rileggendo di tanto in tanto le mie stesse parole mi è parso di essere vagamente “profetico”. Ho scritto quello che desideravo, e nella maggior parte dei casi si è verificato. Non mi sono ancora sposato, certo, ma non dispero!

Infine, perché le persone dovrebbero leggere il tuo testo? Che cosa ti senti di aggiungere a quanto detto e scritto in merito a Marito & Marito?

R.: Credo che al di là del tema, che può aiutare a far riflettere su una situazione ancora così poco definita nel nostro Paese, il libro sappia far sorridere. A volte è un riso amaro, più spesso ironico, ma tutti solitamente concordano su una scorrevolezza del testo che fa trascorrere qualche ora piacevole. Per cui, a chi ancora non l’ha letto, consiglio di farsi quattro risate e di lasciarsi andare alle riflessioni che possono emergere dalla lettura del mio libro. Ogni commento o critica è gradita!

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