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Linguaggio, Diritto e discriminazione per orientamento sessuale

Ne ho parlato con Francesco Bilotta, avvocato, editore e docente

di Lidia Borghi

Il linguaggio è fondamentale per comunicare e per aprire le nostre menti; lo stesso Diritto ha un suo lessico, malgrado contenga alcuni termini alquanto oscuri; perché è importante per Lei la giusta terminologia?


Le posso rispondere in base alle tre attività principali nella mia vita, docente universitario, editore e avvocato: in queste tre espressioni della mia quotidianità il mio obiettivo è sempre quello di rendere consapevole qualcuno delle potenzialità a sua disposizione per essere tutelato come cittadino, come professore nei riguardi delle/gli studenti, affinché capiscano che attraverso il diritto privato hanno degli strumenti a disposizione non solo per fare mestieri, ma proprio per essere cittadine e cittadini, rispettati nel loro contesto sociale; come autore e curatore di volumi, quello di rendere consapevoli i lettori e le lettrici del fatto che ci sono alcune tematiche, anche giuridicamente rilevanti, che possono approfondire per poi viverle, nella loro quotidianità, in maniera consapevole. In terzo luogo come legale: quando una persona viene da te e ti pone una questione, la prima cosa da fare è aiutarla a capire che ci sono degli strumenti di tutela che essa può utilizzare; quindi, se tutto quello che faccio avviene nell’ottica di rendere consapevole qualcuno delle sue potenzialità, per poter essere difeso e vivere la propria cittadinanza in maniera piena, posso dire di aver svolto il mio lavoro.


A seconda delle tematiche e delle esigenze civili e sociali delle persone il linguaggio può essere contestualizzato e adattato a qualsiasi tipo di disciplina; vedo in tutto ciò una sorta di armonizzazione che ritengo sempre più necessaria, per far sì che le relazioni interpersonali possano avere la giusta attenzione da parte del Legislatore. Lei che ne pensa?

Il linguaggio, per sua funzione e natura, è strettamente legato alla relazionalità, allora mi viene da pensare che esso non possa non adattarsi alle relazioni che cambiano, altrimenti queste non possono esistere in modo pieno, poiché mancano le parole per indicarle; si tratta di un fenomeno che riguarda tanti settori ma, proprio per questo motivo, è anche strutturale ed attiene al nostro modo di stare nella società: le scienze umane non fanno altro che analizzare la realtà che ci circonda da un determinato punto di vista, si pongono delle domande, analizzano certe questioni e si sforzano di dare delle risposte; ora, è evidente che ci sono delle questioni che possono riguardare esclusivamente certe branche della conoscenza ed altre che attengono al sostrato del reale su cui tutte, in un modo o in un altro, insistono. Quello di cui ci occupiamo – ovvero l’essere delle persone in quanto corpi sessuati, portatori di un significato nel contesto sociale in cui vivono – è qualcosa di strutturale: qualsiasi disciplina che si occupi della persona (la filosofia, l’antropologia, la sociologia, il diritto, la letteratura, persino il giornalismo, che disciplina non è) non può trascurare le sue caratteristiche strutturali; per quanto mi riguarda, è fondamentale quell’essere “corpi sessuati portatori di un significato nel contesto sociale in cui vivono”; tutta questa polemica contro il gender non è altro che una diatriba costruita in modo intelligente per far sì che il linguaggio non si evolva, anzi, ciò che sarebbe preferibile – per coloro che hanno fatto scoppiare la bomba mediatica – è il totale silenzio su certi fenomeni: dal loro punto di vista quel che è importante è che la società non ne abbia consapevolezza, in modo da non adeguare il proprio linguaggio e quindi, avendo riconosciuto quella realtà che cambia, nominarla; sotto questo profilo c’è una strategia pensata a tavolino. Modificare il diritto significa mutare il linguaggio e la trasformazione di quest’ultimo ha a che fare con la possibilità di nominare certe realtà; perciò, la prima cosa che fanno coloro che si oppongono al cambiamento è mobilitarsi affinché il diritto non cambi. L’esito ultimo di questo atteggiamento è che occorre riconoscere, da un punto di vista antropologico, un cambiamento irreversibile ma, se si costruisce un intero sistema di pensiero su una certa antropologia, il venir meno dei suoi fondamenti fa crollare tutto quel complesso di idee e concetti; chi si oppone al cambiamento combatte per la sopravvivenza di una ben precisa ideologia.


Quanto il giornalismo italiano è complice di tutto ciò, con il suo linguaggio strambo, perso?

Conosco personalmente alcune/i giornaliste/i di grande cultura. A loro per prime/i – vuoi perché sono amiche/i vuoi perché si tratta di persone preparate – chiedo: “Perché su determinati temi non fate un approfondimento? Perché non dite le cose come stanno, perché la tal notizia non viene riportata?” Le risposte sono più o meno di questo tenore: “Questa non è considerabile come notizia.” oppure: “La redazione ritiene di non voler prendere posizione su questo tema” o, ancora: “I nostri lettori non sarebbero in grado di capire.” Fra queste risposte la peggiore è l’ultima perché, se considero come mia funzione sociale quella di fare acquisire consapevolezza alle persone con cui entro in diverso modo in contatto, trovo che un/una giornalista dovrebbe avere il mio stesso obiettivo primario; il fatto che lui/lei lo disconosca, mi fa trasecolare e non riesco a comprendere. Ammesso e non concesso che le lettrici e i lettori non siano culturalmente attrezzati per comprendere, questo non è un buon motivo per rinunciare a rendere anche queste persone consapevoli di un certo problema. Le strategie per giungere a tale risultato sono molte: dall’impostazione della notizia al linguaggio utilizzato, fino alla reiterazione della pubblicazione. Una cosa che mi ha fatto sorridere amaramente, nei mesi scorsi, è stato leggere un’intera pagina del Corriere della sera sulla storia del movimento omosessuale: quel che mi ha stupito è il fatto che il quotidiano si sia ricordato di punto in bianco della storia dell’associazionismo LGBTQ+; qualcuno potrebbe ribattere: “Certo, è meglio che niente”, ma siamo dovuti/e giungere al 2016 per leggere una notizia del genere, quando i nostri Gay Pride vengono immancabilmente liquidati con la fotografia di una persona vestita in modo succinto. Ecco, tutto ciò per me è inconcepibile. Mi chiedo, quindi: in che democrazia viviamo? La democrazia ha il potere di rendere le persone consapevoli di poter partecipare al processo deliberativo pubblico ma, se coloro che dovrebbero favorire la creazione di tale consapevolezza – ossia i giornalisti in primo luogo – non fanno il loro dovere, direi che è difficile affermare che viviamo in uno Stato pienamente democratico.

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