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Le proprietà curative del Lapacho

“Tabebuia impetiginosa”, “Tabebuia ipè”, “Pau d’arco”, “Lapacho”, “Ipè Lapacho”, “Ipè roxo” sono alcuni dei nomi popolari con i quali si è soliti chiamare la Tabebuia avellanedae Lorenz, una pianta della famiglia delle Bignoniaceae originaria della foresta amazzonica ma diffusa anche in Brasile, Bolivia, Perù, Paraguay, Argentina, Isole Vergini e Bahamas.

La fama delle sue proprietà curative si perde nella notte dei tempi, tanto che gli Incas la consideravano una pianta sacra (“Tajy”) dalla cui corteccia, ridotta in strisce sottili, erano in grado di estrarre il principio attivo, che veniva disciolto in acqua calda e somministrato sotto forma di decotto.

Alla vista il Lapacho si presenta come un maestoso albero d’alto fusto dai fiori rosa, rossi, porpora o gialli il cui legno, assai massiccio e compatto, viene impiegato per creare pavimenti ed altri complementi d’arredo. Si stima che la sua resistenza al fuoco sia pari a quella del calcestruzzo, tanto da meritargli il titolo di “Ironwood” o legno di ferro.

Gli indiani dell’America meridionale ne conoscono da secoli le caratteristiche antibiotiche, antisettiche, antinfiammatorie e depurative che hanno reso il Lapacho famoso in tutto il mondo, in quanto esso è in grado di curare persino le infezioni micotiche, gli eczemi, la psoriasi, l’ulcera gastrica e duodenale, l’asma, alcuni tipi di leucemia, la candidosi e le cistiti recidivanti. Inoltre è un depuratore del sangue e del sistema linfatico, contribuendo inoltre a regolarizzare il sistema immunitario anche in caso di terapie antitumorali prolungate. Dobbiamo, tra gli altri, al botanico brasiliano Walter Accorsi la diffusione del Lapacho ad uso terapeutico in epoca contemporanea (anni ’60 del secolo scorso).

Quali sono i princìpi attivi della “Tabebuia avellanedae”? In primo luogo gli Antrachinoni o fattori – A e i Naftochinoni o fattori – N, sostanze di un colore che varia dal giallo all’arancione, che hanno proprietà antitumorali, immunostimolanti, antivirali, battericide, funghicide e antiossidanti. All’interno della corteccia della “Tabebuia” ne esistono di diciotto tipi, tra cui il Lapacholo, isolato per la prima volta nel 1884, il coenzima Q10 e la vitamina K (potassio). Seguono i Tannini (antiossidanti naturali presenti anche nel vino), i Flavonoidi (la vitamina P, dal potere antiossidante, presente in frutta e verdura), gli alcaloidi (analgesici, sedativi e ottimi per curare l’aritmia) e le saponine, sostanze che preservano l’organismo dallo stress.

Si presume che la grande varietà terapeutica di questa pianta pluviale sia dovuta all’estrema compattezza e conseguente resistenza della sua corteccia, la quale è così in grado di difendere l’arbusto dall’attacco di virus, batteri, muffe e temperature troppo basse. In particolare, il Lapacholo è ancora oggi studiato per le sue proprietà anticancro (una sua caratteristica importantissima è quella di interferire con il metabolismo dell’ossigeno delle cellule tumorali, impedendo così la respirazione cellulare) e nella cura della malaria, nonché per le sue capacità immunostimolanti e ricostituenti. Siamo quindi di fronte ad un rimedio naturale ad ampio spettro la cui somministrazione può avvenire sia mediante decotti, infusi o tisane (il famoso tè degli Incas, la cui assunzione, lontana dai pasti, viene consigliata nel numero di otto tazze al dì per un’azione d’urto, per poi scendere in modo graduale a due tazze/die – Fonte: Herbal Tonic Therapies di Daniel B. Mowrey, Ph. D, 1993, Keats Pub. Inc. USA), sia ingerendo l’estratto secco della corteccia racchiuso in casule di gelatina alimentare, sia sotto forma di pomate ad uso topico per curare eczemi, micosi, dermatiti e tanti altri disturbi cutanei. Inoltre la sua caratteristica di inibire i batteri gram-positivi (stafilococchi e streptococchi) responsabili, tra l’altro, delle infezioni delle prime vie respiratorie, rende il Lapacho un rimedio certo nella cura delle bronchiti che tendono a cronicizzare.

Le principali tribù che utilizzavano il Lapacho prima dell’arrivo dei Conquistadores europei in America del sud erano quella dei Guarani e dei Tupi – Namba che usavano la corteccia sminuzzata dell’”Albero Divino” sotto forma di decotti, nonché le popolazioni andine dei Calla – waya, dei Quechua e degli Aymara, che chiamavano il Lapacho con il nome di “Taheelbo”.

La forza del Lapacho sembra risiedere proprio nell’azione combinata dei tanti princìpi attivi che lo compongono. Da qui l’ampio spettro di utilizzo della corteccia di un arbusto fra i più antichi del mondo la cui esistenza era nota persino ai Vichinghi e i cui effetti secondari indesiderati sono minimi e tendono a scomparire con l’aumentare dell’assunzione nel tempo. Ciò significa che la medicina tradizionale può trarre un ottimo ausilio dall’uso combinato di farmaci di origine chimica e Lapacho per curare una grande varietà di disturbi. A patto che abbia infine termine l’abbattimento indiscriminato di alberi della foresta amazzonica – e non solo di quella – per lasciare spazio a terreni da coltivazione che presto si ridurranno a zone desertiche e faranno sì che vadano perse per sempre le proprietà curative di alberi come la Tabebuia avellanedae Lorenz. La natura ha tutte le risposte ai quesiti umani. Varrebbe la pena di lasciarla parlare.

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