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La rivincita dell’Esperanto arriva dal Web

Quest’anno si festeggiano i centocinquanta anni dalla nascita di Ludwik Lejzer Zamenhof, il medico e linguista polacco che dal 1872 al 1887 pose le basi dell’Esperanto. Si tratta della lingua ausiliaria internazionale (LAI) più diffusa al mondo e venne costruita con l’unico scopo di facilitare la comunicazione internazionale tra persone di etnia e idioma diversi senza sostituirsi ad essi.

Formato da una grammatica semplicissima di sole sedici regole, l’Esperanto attinge i suoi vocaboli dal latino, dall’italiano, dal francese, dalle lingue germaniche come tedesco e inglese e da quelle slave (russo e polacco). Fin dalla sua prima diffusione l’Esperanto incontrò il favore di molti ferventi sostenitori – poi confluiti nella Comunità Esperantista o “Universala Esperanto Asocio” – mossi da motivi idealistici che avevano a che fare con la creazione di un idioma comune a tutta l’umanità che fosse anche in grado di superare le barriere di incomprensione dovute alle molte differenze linguistiche.

Peraltro da più parti venne fatto notare che questa sorta di democrazia linguistica avrebbe a lungo andare portato l’Esperanto ad essere la sola lingua parlata in tutto il mondo a discapito di quelle locali o nazionali, le quali sarebbero state presto dimenticate.

Come stanno oggi le cose? Se proviamo a digitare la parola “Esperanto” sul motore di ricerca più diffuso al mondo, Google, ci troviamo di fronte ad un listato di 54 milioni di risultati, il che induce a pensare che la lingua artificiale per eccellenza sia più diffusa di quanto non si creda. E infatti la sua vera rivincita giunge proprio da Internet. Youtube e i “social network” Facebook e Twitter sono i portali che hanno, più di tutti, diffuso l’Esperanto a livello mondiale e la corsa sembra oggi inarrestabile, dando ragione al suo fondatore almeno su un punto ovvero che l’universalità di un idioma costruito per facilitare la comprensione umana non potrà mai sostituirsi alle lingue locali come avevano paventato i suoi oppositori quasi due secoli fa. C’è dell’altro. Trattandosi di una lingua assai semplice da apprendere, oggi è possibile studiarla “on-line” facendo click con il mouse su http://it.lernu.net/ per richiedere le lezioni a mezzo e-mail. Il sito dedicato è assai fornito di notizie sempre aggiornate provenienti dal mondo della comunità esperantista ed ha diversi contenuti consultabili come il vocabolario in linea.

Le difficoltà maggiori nella diffusione di questa lingua sul Web si sono avute a causa di certi segni diacritici come gli accenti circonflessi presenti su alcune vocali. Il sistema “Unicode” ha risolto il problema, in quanto funziona attribuendo ad ogni carattere un codice alfanumerico univoco indipendente dalla lingua d’origine e quindi dai caratteri e simboli presenti sulle diverse tastiere per computer diffuse in tutto il mondo. Non è tutto. La stessa “Universala Esperanto Asocio” non fa che aggiornare il lessico ogni volta che le nuove tecnologie diffondono termini moderni di tipo scientifico, informatico in particolare.

Discorso a parte per i sistemi operativi dei PC. Allo stato attuale delle cose solo Linux garantisce un sistema in Esperanto, mentre Google ha diffuso la ricerca di parole anche nella lingua artificiale. Difficile infine stimare con precisione il numero di persone che conoscono l’Esperanto in tutto il mondo. La comunità internazionale è nutrita, anche se lo strumento del Web, per sua stessa definizione, non permette una stima reale di coloro che conoscono e parlano l’idioma ideato da Zamenhof. Stando così le cose si può quindi affermare che gli ideali e gli scopi del suo fondatore rimangono oggi intatti, come ha di recente affermato Michela Lipari, la studiosa e conoscitrice di Esperanto che ha curato il volume Via Zamenhof, edito da Giuntina. «L’ esperanto propone una democrazia linguistica perché non impone una cultura a nessuno. Non è un caso che oggi in Africa si stia diffondendo come lingua di ribellione rispetto a quella dei colonizzatori. In Cina, le università iniziano a richiedere personale in grado di insegnarlo. Nel pianeta è una realtà già funzionante in un microcosmo di famiglie, compagnie teatrali, letteratura. Se oggi l’inglese domina, domani potrebbe non essere così. E la grammatica dell’esperanto, composta di sole sedici regole, è certamente più avvicinabile di quella cinese».

Così non sembra volerla pensare l’Unione Europea, che preferisce ignorare gli appelli di quanti vorrebbero fare dell’Esperanto la lingua franca dell’Europa unita. Se si eccettuano, infatti, la bocciatura a Strasburgo di un testo presentato dall’europarlamentare radicale Gianfranco dell’Alba nel 2004 e, a gennaio del 2009, la proposta della Slovena Ljudmila Novak, nessuno ha ritenuto vantaggioso far passare un provvedimento che permettesse di redigere gli atti ufficiali delle attività del parlamento europeo in Esperanto, malgrado l’indubbio vantaggio in termini economici (la traduzione delle norme in 23 lingue è assai dispendiosa) per non parlare dell’abbattimento di tutte le barriere mentali così nocive ai rapporti umani. Resta un’unica speranza, anzi, “espero”.

Essa risiede in Internet e nei suoi fruitori. Più di una volta, nel passato recente, la forza della sua numerosa comunità ha prodotto frutti positivi per la costruzione, ci auguriamo presto, di una vera democrazia mondiale avulsa dai particolarismi nazionali. Staremo a vedere. Per ora non ci resta che dire «longa vivo al Esperanto! (lunga vita all’Esperanto)».

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