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Il nuovo lavoro di Giuseppe Tornatore, Baarìa , già record d’incassi dopo meno di una settimana dall’esordio nei cinema italiani

È ufficiale. Quattro giorni dopo l’uscita nelle sale italiane, il 25 settembre scorso, il nuovo film di Giuseppe Tornatore, Baarìa, è stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar del 2010. Il titolo del film non è altro che il nome della città di Bagheria in dialetto siciliano, quella stessa che, 53 anni fa, diede i natali al regista.

Mezzo secolo di storia patria condensato in due ore e mezza nella pellicola più corale che il cineasta abbia mai girato e che qualcuno ha definito un kolossal intimo. C’è di tutto in questo spaccato di Sicilia. Un cast prestigioso e numeroso, una storia vera, quella di Mannina e Peppino, i genitori di Tornatore – l’una ricamatrice e l’altro bracciante – la fame, le aspre lotte per la sopravvivenza, le guerre fra poveri e la guerra vera, il secondo conflitto mondiale, i morti ammazzati e le donne consumate dalla fatica, i figli sfruttati attraverso il lavoro minorile e tanta, tanta miseria. E poi c’è l’aspra terra riarsa dal sole della Sicilia occidentale. E c’è il ventennio fascista e con esso la lenta ricostruzione dopo lo sbarco degli Alleati proprio lì, a Bagheria. A quell’evento storico Peppuccio Tornatore ha dedicato una delle scene più spettacolari del film, con gli aerei statunitensi che sfrecciano sopra le case del paese. Poi è la volta del Comunismo. E della Democrazia Cristiana. E di tanto altro, come il boom economico degli anni ’60, quando la televisione era un rito di gruppo e quei pochi piccioli che giravano a malapena erano sufficienti a sfamare le tante bocche di famiglie troppo numerose.

Guardando questa epopea popolare italiana, questo concentrato di vita contadina, si ha l’impressione che Bagheria sia un pretesto per parlare di qualcos’altro. Sarà forse la passione per il cinema del piccolo Tornatore, che cede ad un compagno di scuola figurine dei calciatori in cambio di pezzi di fotogrammi di film o sarà la saga famigliare, che parte dal nonno pastore con la passione per la letteratura e giunge ai giorni nostri. Baarìa è tutto questo, ma è molto di più. Un omaggio alla terra natìa reso da un suo figlio partito povero e tornato personaggio illustre. Una storia d’amore forte come i suoi protagonisti, senza la quale quel signore ultracinquantenne oggi non sarebbe qui a trasmetterci le sue emozioni attraverso il cinema. Sua madre Mannina e suo padre Peppino prendevano la vita come veniva, con uno spirito altissimo di sopportazione, perché non avevano alternativa. E si amavano veramente, tanto che si decisero, ventenni, a fare la fuitina – la fuga d’amore – che in Sicilia è ancora in uso, quando qualcuno in famiglia si oppone al fidanzamento e l’unica cosa che resta da fare è creare lo scandalo, fuire, fuggire appunto. E costringere i famigliari al matrimonio riparatorio, affinché le voci della vergogna vengano messe a tacere. E poi c’è la passione politica del padre di Tornatore.

Erano altri tempi, direbbe qualcuno oggi, quando la politica era una cosa seria e si pensava che potesse sul serio migliorare le condizioni di vita della povera gente ed essere un rimedio vero alla mafia. Tre anni di lavoro, centocinquanta minuti di durata, venticinque milioni di euro spesi per girare la pellicola, un set spettacolare edificato alle porte di Tunisi, dove Tornatore ha fatto ricostruire, con cura maniacale, il corso principale di Bagheria con la chiesa e le botteghe dell’epoca, un cast di attori illustri il cui elenco sarebbe lunghissimo, per non parlare del migliaio circa di comparse utilizzate per girare le scene di massa, oltre due milioni di euro d’incasso dopo la prima settimana di programmazione e la superba colonna sonora di Ennio Morricone.

Questi i numeri di un lavoro che piace nonostante le critiche piovute da più parti che parlano di mediocrità, eccesso, pesantezza, traboccante didascalismo, pesante retorica che si fa ricordo senza emozioni. E invece non è così e non sono tanto i numeri al botteghino a confermarlo. Il film piace proprio per la nostalgia che trasmette, per le emozioni che sa donare al pubblico, per la forza che i protagonisti mettono nell’affrontare una vita grama, per i ricordi di un piccolo Tornatore che lascia il gioco della trottola di legno per il cinema prima e la fotografia poi o forse è il contrario, anche se poco importa. Baarìa è un film di donne e di uomini che vivono per la famiglia con amore, compassione e dolcezza e che hanno sconfitto la miseria e la sopraffazione con l’unica arma che avevano, la forza della disperazione. Il tutto narrato con un gusto bozzettistico che, soprattutto nelle scene iniziali, viene fuori in modo costante. Si mettano il cuore in pace quanti hanno bollato questo film come mediocre. Baarìa piace. Questa «commedia epica», come l’ha definita il suo autore, affascina e coinvolge, commuove e suscita rabbia, fa riflettere e diverte, strappa qualche lacrima e fa inorridire. È la vita, gente. E voi non ci potete fare niente. Niente!

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