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Il nuovo corto di Giovanni Meola parla il linguaggio dell’anima


Interno giorno: due individui, seduti l’uno di fronte all’altro, in mezzo un tavolino; il primo sta per impartire una magistrale lezione all’altro. Argomento? La manutenzione della pistola. Come un perfetto anatomopatologo, alle prese con l’analisi degli organi interni di un cadavere, l’uno si mette a smontare l’arnese – “o’ fierr’” nel gergo delinquenziale – nero come la morte che provoca, mostrandone ogni meccanismo, ogni ingranaggio all’ignaro interlocutore.

Ed ecco apparire per ultimo, sullo schermo, dopo il caricatore, “ o’ cunfetiell’” – il proiettile – senza il quale la più fida amica di ogni criminale non potrebbe funzionare. I due uomini sono padre e figlio, si scoprirà tra poco: il giovane deve ancora essere avviato alla professione, il genitore è già parte integrante di quello che viene definito “o’ sistema” ed è uno dei tanti boss di zona, minuscoli ingranaggi di un meccanismo ben oliato, che i media di tutto il mondo chiamano camorra. I suoi occhi sono spenti, vuoti; dietro di essi l’anima non si vede più, è fuggita via da quel dì, il suo unico scopo, la sua ragione di vita, il crimine, l’omicidio. E la grana. Facile e veloce. Per perpetuare il potere del sistema sulla povera gente. Ogni quartiere il suo boss, ogni paese il suo protettore, ogni centro abitato la sua promessa di morte. Così si apre Andata al Calvario (I, 2014, 19′, 30”), il nuovo, intenso cortometraggio di Giovanni Meola.

Ed eccolo lo spazio che dà il titolo al corto: una collina da cui si ergono decine di pale eoliche, sotto un cielo di batuffoli di nubi; “Sembra un cimitero di giganti”, qualcuno dirà poi. In mezzo al prato due persone, una donna ed un uomo. La prima è estranea ai luoghi e, nel tentativo di raggiungere il posto del suo imminente incontro, si imbatte in un giovane appena giunto nei pressi della tabaccheria del centro abitato. Le immagini ci fanno intuire che, sullo sfondo della trama principale, si srotola la pellicola di un tema già visto, quello delle discariche abusive, di cui i territori del Sud Italia sono piene. Sì, perché la camorra sa fare bene i suoi affari e poco importa se c’è bisogno di tapparsi il naso, se il guadagno è sicuro. E la donna? Che ci fa il quel posto dimenticato da Dio? Sembra sbucata dal nulla e continua a riferirsi ad un interlocutore invisibile. O forse no. E poi compare un altro personaggio dell’intricata vicenda: un poliziotto? Quando donna e ragazzo si incontrano, ancora non sanno che le rispettive vicende personali, nell’intrecciarsi, cambieranno per sempre.

Prodotto da Imago, in collaborazione con Virus Film – la casa di produzioni cinematografiche dello stesso Giovanni Meola – Andata al Calvario è una grande prova artistica del drammaturgo afragolese, il quale ha avuto l’indubbio merito, con questo corto, di confezionare una storia complessa ed efficace fin dalla sua stesura, fatta di sottili incastri temporali, necessari all’occhio di chi guarda per cogliere la fatalità di certi incontri. E, sullo sfondo, il tema più caro a Meola, quello della denuncia sistematica dell’apparato criminale che ha messo a ferro e fuoco la sua terra ed anche quello che, ora più ora meno, fa sempre capolino in tutte le storie da lui ideate, teatrali o cinematografiche che siano.

Le regìe di Meola mi hanno sempre colpita per la loro capacità di penetrazione, per quel loro modo di darti da pensare, di inchiodarti alle tue responsabilità civiche, di fronte al malaffare colluso con il potere centrale, quello che appesta le vite di tante persone innocenti le quali, una volta venute a contatto con quel virus mortifero, non possono far altro che contare i giorni che le separano dalla morte; che essa giunga per mano di un ragazzetto cresciuto a pane e pistola oppure per il cancro, causato dai rifiuti tossici che inquinano le falde acquifere, poco importa, giacché a fare la differenza è, sempre e comunque, “o’ sistema”.

Interpretato da Mariangela D’Abbraccio, nel ruolo dell’enigmatica femmina venuta da fuori e da Alessandro Palladino, che veste i panni del figlio, futuro camorrista, Andata al Calvario ha visto la partecipazione anche di Enzo Attanasio, Enrico Ottaviano, Antimo Casertano, Vito Pace ed Arcangelo Pellino. La scenografia è di Flaviano Barbarisi, i costumi di Annalisa Ciaramella. Una menzione speciale merita l’autrice delle musiche originali, Enrica Sciandrone, la quale ci ha offerto una colonna sonora bella ed incisiva, perfetta per impreziosire la grande cura fotografica dell’intero video, voluta da un bravissimo Roberto Lucarelli. L’aiuto regista è invece Francesco D’Ambrosio.

Chi volesse conoscere l’epilogo di Andata al Calvario, la cui sceneggiatura è risultata vincitrice al Pescara Corto Script, potrà seguirne le sorti all’interno dei tanti concorsi italiani dedicati alla particolare arte del corto, una forma di creatività tanto incisiva, grazie alla quale autrici ed autori di ogni parte d’Italia riescono a tirar fuori storie speciali, narrate in poche manciate di minuti.

La tecnica di Giovanni Meola proviene dal cuore e dall’anima. L’impronta personale che mette in ogni suo lavoro è unica, profonda, degna di una persona sensibile e preparata, che sta dedicando la sua vita di artista alla divulgazione, anche nelle scuole, della cultura della legalità, da opporre, sempre e comunque, alla mentalità malavitosa che imperversa nel nostro Paese.

Chi segue i post che scrivo, sa che amo chiudere i miei articoli elogiando la creatività e la bravura di autrici ed autori nei quali di continuo mi imbatto, durante le mie scorribande sul web, alla ricerca di cortometraggi da analizzare; nel caso di Meola posso solo aggiungere che Andata al Calvario rappresenta una prova di grande maturità, arricchita da una tecnica narrativa che si è affinata nel tempo e che ci offrirà, ne sono sicura, nel prossimo futuro, opere ancor più intense.

Chi non ama l’arte è un uomo morto


Lidia Borghi

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