Lidia Borghi Body Wrapper

Cronaca di un viaggio particolare. Omaggio al Pino Bertelli critico cinematografico indipendente

Si può essere attivisti dei diritti civili attraverso scatti fotografici che ritraggono i volti del dolore, della guerra, della povertà e dell’emarginazione? Si può esserlo attraverso articoli di critica cinematografica dedicati ai cineasti e alle pellicole che trattano i temi sociali più scottanti, estremi, scomodi? E infine, si può esserlo con saggi e pamphlet che denunciano le lunghe e perduranti assenze della società umana résasi responsabile, nel corso della storia, di ingiustizie e soprusi di ogni tipo, passati spesso sotto silenzio? Si può.

A patto di chiamarsi Pino Bertelli. Incontro il più grande fotografo ritrattista italiano contemporaneo durante uno dei miei tanti viaggi in treno che settimanalmente mi portano a Milano. È un martedì soleggiato. Prendo posto dopo aver attraversato un lungo e stretto corridoio pieno di valigie, passeggeri indaffarati a stipare pesanti bagagli e bimbi urlanti in braccio a madri o a padri dai visi stravolti dalla stanchezza. E mi ritrovo seduta di fianco a lui, Bertelli, che sta conversando di cinema – guarda caso – con un giovane artista italiano emigrato a Berlino. Pino ha al collo la sua inseparabile Nikon, rigorosamente manuale. Gli viene chiesto se è già passato alla fotografia digitale e la sua risposta è semplice, «ancora no, non ho fatto il grande passo…» E mi intrufolo in quella conversazione a due in un modo che non mi è congeniale, con una domanda diretta: «Lei ha conosciuto Fernanda Pivano nella mia Liguria?» «Proprio così. La intervistai a Santa Margherita Ligure nel 2004…» è la sua risposta. E facciamo amicizia.

Durante i cento e più chilometri macinati dal convoglio sulla strada ferrata realizzo che ho al mio fianco un grande uomo che ha fatto della difesa degli emarginati, degli oppressi e delle popolazioni sconvolte dalla guerra la sua ragione di vita nell’unico modo che conosce, attraverso le arti visive. Prima la fotografia, poi il cinema. Quello altrui, narrato nelle vesti di critico cinematografico indipendente e quello suo come produttore di corto e mediometraggi. Attraverso le sue opere Bertelli è riuscito a cogliere le infinite sfumature di una sofferenza che è fisica e non solo. C’è anche quella psicologica, causata e avallata da una società che mente sapendo di mentire in tema di diritti umani negati e di emarginazione. E così ci parla del suo concetto di diversità nel libro Cinema della diversità. Storie di svantaggio sul telo bianco, delle donne dimenticate, le lesbiche, attraverso il cinema che ne narra il mal di vivere nel saggio Dolci sorelle di rabbia. Cento anni di cinemadonna e infine dei gay nel libro intitolato Cinegay – L’omosessualità nella lanterna magica. E poi ci sono i tanti personaggi che portano dipinto in viso il terrore della guerra (Ritratti dall’infanzia insanguinata) o quelli segnati per sempre, ancora bimbi, dal disastro nucleare di Chernobyl (Ritratti dall’infanzia contaminata).

Pino Bertelli, chiamato da alcuni eretico, si definisce anarchico, ma nel senso più stretto e positivo del termine, come quando afferma: «Ciascuno ha diritto di ricorrere a tutti i mezzi di dissuasione, compresa la rivolta, per difendere la bellezza della vita contro le violenze dei mercati globali che la calpestano, la umiliano e la uccidono ai quattro venti della terra. (…) La mia parola è no! Contro ogni forma di limitazione della libertà e dei diritti umani». E il Bertelli critico cinematografico usa perciò uno

stile essenziale e scabro capace di arrivare subito al dunque, come quando dedica al regista ligure Luigi Faccini (Inganni, Ladro di voci, Giamaica, Il pane della memoria) un saggio esemplare intitolato Ladro di cinema oppure quando compone la pubblicazione dedicata a sette fra i più importanti cineasti del mondo – Cinema dell’eresia – in cui ci illumina parlando di Jean Vigo (al quale l’autore ha dedicato Jean Vigo. Cinema della rivolta e dell’amour fou, per i tipi de La fiaccola e contenente alcuni contributi di Enrico Ghezzi), Luis Buñuel, Glauber Rocha, Pier Paolo Pasolini, Rainer Werner Fassbinder, Guy E. Debord, Lars von Trier, persone che hanno scelto di tradurre in immagini un anticonformismo che spesso li ha portati a vivere – persino loro – ai margini della cultura e dello spettacolo tradizionali. E quindi della società.

Ricordo con rammarico che quel viaggio è durato troppo poco e non ci ha permesso di approfondire i tanti discorsi cominciati e mai ultimati su associazionismo e politica, sulle minoranze oppresse – che tanto mi stanno a cuore – sull’amore e la fotografia e ancora sui miei tentativi falliti di diventare fotoreporter, sui miei studi per diventare giornalista pubblicista, sui libri che ho cominciato a scrivere e mai ho terminato, sulle mie battaglie passate e presenti per il riconoscimento dei diritti civili agli omosessuali, sul volontariato e sulla letteratura. Senza mai parlarci addosso, svisceriamo, ci confrontiamo, rabbrividiamo, sorridiamo, ci stringiamo la mano e ci scambiamo due baci sulle guance. Una volta scesi dal treno ci diamo un appuntamento per il giorno dopo quello successivo. A Genova, la mia Genova, per la presentazione di un libro sull’intervista che Fernanda Pivano, Genovese per nascita, gli rilasciò nel 2004. Gioisco alla sola idea che ci rivedremo di lì a poco e lo saluto con una cordialità che si riserva agli amici veri, quelli che ti toccano il cuore quando hai bisogno di una parola di conforto. E comprendo di conoscere Pino da sempre, che nulla accade per caso e che Qualcuno me lo ha messo vicino, durante un tiepido pomeriggio di settembre del 2009, per far sì che la mia mente si aprisse ancora un poco. Solo per poco. Il tempo di macinare centodieci chilometri. Lo rivedo al palazzetto multimediale Feltrinelli di Genova due giorni appresso. Mi riconosce, mi saluta come un fratello, come un padre, forse. Durante la conferenza gli faccio decine e decine di fotografie accanto al curatore della prefazione del libro, il prete di strada don Andrea Gallo, uno che di emarginazione si intende e non poco. E trascorro il pomeriggio più educativo che potessi attendermi. Dev’esserci un angelo al mio fianco. Quell’angelo è un piccolo uomo dallo stile grezzo ed essenziale che parla a tutti con il solo linguaggio che conosce. Quello dell’amore. www.pinobertelli.it

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