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Cara Mariuccia

Stanotte la luna illumina lo specchio d’acqua del golfo di Genova; è uno spettacolo unico, il mare sembra ricoperto da una coltre d’argento, le montagne a picco sul mare tante enormi mani che vegliano sulle case.

Eppure tutto è cambiato, noi siamo cambiate, Mariuccia: le strade sono vuote, le sirene delle ambulanze non si sentono più, i semafori regolano un traffico inesistente, niente pedoni che corrono prima che scatti il rosso, che poi si rischia di rimanere in mezzo alla strada. Neppure gli aerei volano più. Ricordi, Mariuccia, quando si vedevano imboccare il corridoio di discesa sul monte di Portofino e abbassare il muso lenti, prima di atterrare?

È un’atmosfera surreale che mi ricorda il ferragosto de “Il Sorpassoquando Gassman incontra Trintignant, con le vie deserte e le botteghe serrate.

Sai, Mariuccia, non mi sembra vero che tutto ciò stia accadendo: fino a ieri tutte e tutti noi avevamo delle abitudini che sono state stravolte da un virus che si sta espandendo sempre più in tutto il mondo e sappiamo bene che nulla sarà più come prima e fatichiamo a restare a casa e a uscire solo per fare la spesa: «faccio un salto in farmacia, vai tu dal fruttivendolo? Mi raccomando, che la settimana scorsa ti ha dato due arance toccate!» Niente passeggiate, solo convivenza forzata con parenti che ora ci appaiono come mostri succhia energia.

Sai, Mariuccia, non so se vorrei che tu sapessi ciò che ti sto raccontando: perché dovresti starmi ad ascoltare? Inoltre, come potresti capirmi? Tu sei chiusa in casa da più di cinque anni, la luna non sai neppure cosa sia, il mare? Peggio che andar di notte. Neppure delle montagne ti ricordi, delle case, delle strade… Anzi, non ti rendi neppure conto di essere coricata su un letto attrezzato per l’handicap, di essere incontinente; solo quando la badante prova a farti il bagno ti ribelli e cominci a urlare «Aiuto! Aiutooo! Mi vogliono ammazzareee! Aiuto!»

La verità è, Mariuccia, che per te non cambia nulla, reclusa sei e reclusa rimarrai sino alla fine dei tuoi giorni; a ore prestabilite ti danno da mangiare, sei così affamata che rosicchieresti il cucchiaio, oggi pollo, domani gnocchi, poi c’è il dolce, quello più buono di tutti, il budino al cioccolato con l’amaretto dentro.

Mariuccia mia, mi sei tanto cara; quando hai cominciato ad accusare i primi sintomi di demenza senile, sei regredita a quella fase della vita che sta tra l’infanzia e la pubertà, quando non si sa se restare a casa a giocare o uscire con le amiche per fare lo struscio in Centro, quando la primavera squassa i sensi e si avverte quel certo non so che di cui ancora non si ha coscienza piena.

Hai cominciato a cantare quasi subito e non ti sei fermata più; hai tirato fuori tutto il repertorio delle canzoni d’amore e di lotta dei primi del Novecento e con una voce piena, modulata e ricca di gorgheggi, mi hai ricordato che il padrone sfrutterà sempre la manovalanza e che oggi è cambiato solo il modo di sfruttare le persone, ma il risultato sarà sempre lo stesso; nessun movimento politico muoverà mai un dito per tutelare i lavoratori e le lavoratrici, neppure quel Comunismo che illuse tante persone come te.

Ricordo che un giorno sei sfuggita al controllo della badante e hai cominciato a passeggiare per il pianerottolo e io, che ero appena uscita dall’ascensore, ho scambiato con te le poche parole che mi hanno fatto capire che eri già di un altro mondo, che le tue radici non esistevano più, che erano state estirpate da una fottuta malattia che brucia il cervello. Quando ti ho detto «Andiamo?» tu eri felice come una bimba alla quale sia stato promesso il gelato, ma non ti stavo portando in gelateria, stavo contribuendo a rimetterti in galera. Mariuccia bella, ti voglio ricordare com’eri quel giorno, che ora di sicuro avrai il viso stravolto dall’infermità.

Oggi le cose sono cambiate e tu non saprai mai quanto.

Mariuccia mia, non posso augurarti una lunga vita, altrimenti mentirei come fanno certi medici che sottolineano come la vita media in Italia si sia allungata, ma omettono di dire che non sempre quella vita è sana; che ce ne facciamo di vivere fino a 85 anni se siamo bloccate in un letto ad aspettare di morire, che vorremmo addormentarci e non risvegliarci più?

Cara Mariuccia, la tua tempra è forte, la tua volontà verrà meno solo con la morte, la tua voce accompagnerà ancora i miei pranzi e le mie cene, sia che tu canti “Sciur padrun da libelibraghibianchi” o che ti ribelli perché non vuoi fare il bagno.

Nel frattempo io aspetto.

Si dice che ognuno di noi sia sempre in attesa di qualcosa: il tram, il treno, la persona amata alla fermata del bus, una carezza dai propri genitori, un lavoro migliore, la guarigione di qualcuno; io faccio la mia parte e sto alla finestra in attesa del ritorno a una normalità che non esiste più. Ci sarà chi morirà, chi rischierà la vita, chi farà la malattia senza neppure accorgersene e poi ci sei tu, Mariuccia bella, che l’attesa non sai neanche cosa sia, che non ti accorgi della differenza tra sonno e veglia, che sei regredita allo stadio larvale, che mi sei cara perché sei come sei. Ti vorrei abbracciare, ma non posso ed è come se lo avessi fatto.


Tua Lidia
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