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Alberto Bergamini. Profilo ardito di un uomo timido

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Alto non è, prestante neppure ma, quando ti soffermi a guardarlo negli occhi, azzurri come il mare d’estate, qualcosa di profondo ti arriva. E non puoi non adorare quel suo modo schivo e al contempo appassionato di essere, di percepire la vita, di amarla alla follia, di volere con tutte le sue forze una parte consistente di quell’amore, che è in grado di scovare ovunque ed in chiunque.

Alberto Bergamini, nato in riva al mare di Genova cinquantasei anni fa. Attore di teatro, di cinema e di televisione, doppiatore, regista, scrittore, poeta, musicista, fotografo ma, soprattutto, persona dal multiforme ingegno che ha accettato, ancor prima di essere da me intervistato, di approfondire la mia conoscenza.

Come ho saputo di lui? Per uno di quei casi dell’esistenza in cui non ho mai creduto, convinta come sono che le persone giungano a noi per amore e per quel fluire libero dell’energia cosmica che, prima o poi, ci ridesta alla vita, quando meno ce l’aspettiamo.

Andiamo con ordine: durante la tarda primavera – o era già estate? – del 2013 il capo redattore della rivista multiculturale romena Contemporary Literary Horizon, Daniel Dragomirescu, mi avverte che nella mia città vive ed opera un attore, me ne fa nome e cognome e mi chiede di contattarlo per un’intervista. Il tempo passa. Varie disgrazie investono il suddetto e la collaboratrice all’anzidetto periodico. I mesi trascorrono veloci e, un giorno, riesco ad incontrare Bergamini il quale, scopro di lì a poco, vive a non più di tre chilometri da casa mia. E così nasce un’amicizia.

Alberto si definisce selvatico anche se, non appena si riesce ad approfondirne la conoscenza, ci si rende conto di avere accanto una persona dal cuore di pappa, generoso, profondo conoscitore dell’esistenza umana e delle sue infinite pieghe, anarchico, romantico e passionale, quel tanto che basta per consentirgli di aver attirato a sé la donna più dolce che io abbia avuto l’onore di conoscere.

Approdato al teatro per un caso che, a sentir lui, fu più rocambolesco che ben augurante, nel lontano 1982 frequenta il biennio di Studi sulle tecniche teatrali presso il Teatro dell’Archivolto di Genova e, malgrado il fatto di essere stato raccattato – nel senso letterale del termine – ad un angolo di strada, come un animale randagio, è riuscito a smettere i panni del punk anarchico, per indossare quelli più nobili di attore teatrale a tempo pieno. All’epoca Bergamini aveva solo 25 anni. E tutta la vita davanti.

Come è possibile constatare, consultando i suoi due Curriculum vitae et studiorum, entrambi reperibili sul web, Bergamini ha svolto i lavori più umili, pur di mantenersi agli studi teatrali; ha persino tagliato il pesce spada in cella frigorifera a meno 30° centigradi, con una sega a mano. Approderà al Teatro della Tossedi Genova a trentanove anni. A cinquantacinque ha festeggiato il suo trentesimo anno di esperienza fra le quinte del palcoscenico.

E poi che cosa è accaduto? Una svolta brusca della vita lo mette di fronte alle sue paure più nere e lo costringe a reagire; l’alternativa? Manco a parlarne. E così si rimbocca le maniche e comincia a metter su una sfilza di laboratori teatrali dai temi più disparati, coinvolgendo tante persone qualunque nei suoi progetti, convinto com’è che la tecnica sia ben poca cosa, se non è affiancata dalla spontaneità, poiché in ogni persona si annida la bravura attoriale, basta solo farla venir fuori. Oppure avere a disposizione, come docente, un tipo davvero tosto, che sa come stanarla, quella capacità di trasferire nella finzione scenica la vita quotidiana, come novello docente di maieutica contemporanea. E ciò accade perché Alberto sa bene che l’esistenza umana è una pietosa illusione, se paragonata all’immensità dell’Universo che ci circonda e che solo l’amore è in grado di riscattarci davvero da tutto il dolore che proviamo sin dalla nascita.

Oggi i suoi percorsi teatrali sono una realtà consolidata, grazie alle Officine Teatrali Bianchini e alla preziosa collaborazione della sua compagna, la docente Emi Audifredi. Quando ho chiesto a Bergamini se all’orizzonte stesse spuntando qualche progetto nuovo, lui mi ha coinvolta in un laboratorio che si occuperà di omofobia e del linguaggio – ancora tutto da costruire – che essa utilizza per far breccia nella mente delle persone omosessuali, al fine di fare danni indicibili nel profondo di esse.

La parte più bella degli incontri miei con Alberto Bergamini è quella del dopo cena, quando il nostro gruppo di lavoro riesce ad andare a ruota libera, pur di tirare fuori dalle nostre teste quei pensieri sparsi che, in un secondo tempo, daranno vita a nuovi concetti mentali da trasferire sulla carta e nel lavoro da svolgere in aula. Ed è proprio da quel proficuo esercizio che nascono le realizzazioni più belle. Ciò accade quando il cervello viene messo in collegamento con il cuore, una pratica che Alberto conosce assai bene.

La vita ci insegna che non è mai troppo tardi per rifiorire e ciò accade, il più delle volte, quando si è toccato il fondo; solo allora si trova il coraggio necessario per ricominciare, mettendo in discussione tutto ciò che di sicuro si credeva di possedere. Devo ad Alberto Bergamini questo ed altri piccoli insegnamenti di cui mi è stato fatto dono con un amorevole esempio.


Lidia Borghi

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